Ottimizzarsi in funzione dello sguardo egemonico
Ti sei mai chiestə quanto sforzo sia richiesto per prepararsi a una competizione?
Introduzione
Prepararsi per una competizione richiede un grande dispendio di energie. Il giorno stesso, nella maggior parte dei casi dopo essersi svegliati molto presto, bisogna pettinarsi e truccarsi, applicare l’autoabbronzante, preparare tutte le proprie cose, salire in macchina e raggiungere la sede della gara, se non è stato necessario prendere l'aereo per arrivarci. Una volta arrivati, ci si deve riscaldare, vestirsi, riscaldarsi ancora, danzare un turno e poi attendere per sapere se si è passati al turno successivo. In seguito, è necessario fare stretching, cambiarsi, risalire in macchina e tornare a casa. Poi bisogna disfare i bagagli, rimuovere l’abbronzatura finta, l’acconciatura e il trucco. E tutto questo per una sola competizione! Ora, cosa pensereste se vi dicessimo che questo sforzo è distribuito in modo ingiusto?
Chi ha il controllo dei mezzi di produzione mediatica?
Che tipo di danza possiamo aspettarci di vedere in una competizione di latini? E, cosa ancora più importante, chi ha voce in capitolo su questo? In questo tool vi invitiamo a riflettere sui meccanismi di potere legati allo sguardo, ovvero al guardare, inteso come meccanismo di controllo. Il concetto di gaze (sguardo) ha origine dal lavoro di Laura Mulvey sullo sguardo maschile nel cinema. Nella sua analisi, Mulvey suggerisce che gli uomini, sia come spettatori sia come attori all’interno dei film, tendono a occupare la posizione di chi guarda, mentre le donne vengono esibite con lo scopo di essere guardate.¹
Mulvey ha dato avvio a due filoni di riflessione: uno relativo ai processi interni e psicologici che si attivano quando le persone guardano film, spettacoli teatrali o performance di danza; l’altro relativo a chi controlla le rappresentazioni mediatiche di determinati gruppi.
In questo tool ci interessa principalmente il secondo aspetto. Mulvey sottolinea come la disuguaglianza di genere, sia in termini di rappresentazione sia di consumo delle immagini, costituisca uno status quo mantenuto da strutture patriarcali che incoraggiano l’associazione tra produzione culturale e mascolinità. In altre parole, la maggior parte dei registi cinematografici, così come la maggior parte dei coreografi, sono uomini, anche nella Danza Sportiva. Inoltre, non si tratta soltanto di uomini: sono per lo più bianchi, per lo più eterosessuali, tutti cisgender e per lo più allosessuali (ovvero persone che sperimentano attrazione sessuale in modo regolare).
Nel considerare chi controlla i mezzi di produzione culturale, il saggio di Mulvey riecheggia il lavoro di Iris Marion Young sull’imperialismo culturale, una delle cinque facce dell’oppressione.²
«L’imperialismo culturale», scrive Young, «implica l’universalizzazione dell’esperienza e della cultura di un gruppo dominante e la loro istituzione come norma».
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Spesso in modo inconsapevole, il gruppo dominante proietta la propria esperienza come rappresentativa dell’umanità nel suo insieme, rafforzando la propria posizione assoggettando gli altri gruppi alle proprie norme dominanti. «Coloro che vivono sotto l’imperialismo culturale si trovano definiti dall’esterno, posizionati e collocati da una rete di significati dominanti che percepiscono come provenienti da altrove, da soggetti con i quali non si identificano e che non si identificano con loro».
l potere di definizione del gruppo dominante influisce sulle rappresentazioni mediatiche dei gruppi oppressi cancellandoli, rendendoli invisibili o oggettivandoli. In altre parole, le rappresentazioni mediatiche create dal gruppo dominante riflettono ciò che esso desidera vedere. Nella Danza Sportiva, queste rappresentazioni vengono provate e incorporate nei corpi dei* danzatori*trici attraverso anni di pratica e ripetizione costanti, all’interno di un circuito continuo di feedback con gli insegnanti (abbiamo discusso della choreohexis nel Tool 3).³ Lo sguardo svolge la funzione di controllo individuata da Foucault nel suo concetto di potere produttivo.⁴
Insegnanti, giudici e coreografi esercitano funzioni di sorveglianza, controllando i corpi dei* danzatori*trici e le rappresentazioni che da essi emergono attraverso tecniche basate sulla coercizione, sulla disciplina o sulla violenza. Per essere presi sul serio e rimanere competitivi, chi danza cerca di soddisfare le richieste estetiche del gruppo dominante sulla pista da ballo e finisce per interiorizzarle. Poiché qualsiasi alternativa viene immediatamente considerata illegittima, chiunque danza adotta gli obiettivi del gruppo dominante, rivolgendo lo sguardo verso l’interno e allenando il proprio corpo a mostrare ciò che il gruppo dominante vuole vedere, piuttosto che ciò che è realmente.
In questo modo, lo sguardo non è mai soltanto uno sguardo. Non è un dispositivo silenzioso. Non è semplicemente un mezzo per consumare ciò che viene presentato al pubblico. Lo sguardo è uno strumento di controllo e di potere. Si appropria del corpo e definisce ciò che esso può e non può fare. Lo sguardo non si limita a osservare: produce ciò che desidera vedere.⁵
Lo sguardo produce rappresentazioni mediatiche che parlano al gruppo dominante, e tali rappresentazioni ci dicono molto di più sul gruppo dominante e sui suoi desideri che non su chi dà vita a queste rappresentazioni attraverso la danza.
“Lo sguardo non si limita a guardare: produce ciò che vuole vedere".
Le rappresentazioni egemoniche nella danza sportiva
Le rappresentazioni nella Danza Sportiva sono modellate dallo sguardo maschile, bianco/coloniale, cisgender, eterosessuale, normato e sessualizzante — che, nel loro insieme, convergono a formare lo sguardo egemonico. Esploriamo come questi si manifestano sulla pista da ballo:
Lo sguardo maschile:
La Danza Sportiva Latina ruota interamente attorno alla soddisfazione dello sguardo maschile. Gli uomini vengono sistematicamente abbinati a donne più piccole e istruiti a incarnare controllo e potere senza che ciò venga mai messo in discussione. Le donne, nel frattempo, vengono rappresentate come belle, prive di potere decisionale, sexy e sottomesse.
Esistono due modalità principali attraverso cui lo sguardo maschile viene soddisfatto. In primo luogo, le donne sono incoraggiate a iper-sessualizzare se stesse. Ciò si esprime nei loro movimenti e nell’abbigliamento, sia durante le competizioni sia nel corso dell’allenamento (si veda il Tool 2 per un promemoria). In secondo luogo, le donne vengono trattate come oggetti dai loro partner maschili e dagli insegnanti. Questo è evidente nelle prese, nelle meccaniche di lead and follow, nei principi coreografici, nelle dimensioni corporee idealizzate e nel discorso che circonda i manuali di tecnica. Le donne vengono formate a rinunciare al proprio potere decisionale, a privilegiare le decisioni e le intenzioni maschili, a muoversi solo quando viene loro indicato e a eseguire le proprie azioni in modo sensuale o erotico, indossando un abbigliamento minimo.⁶
Lo sguardo coloniale:
La Danza Sportiva latina risponde alle richieste dello sguardo bianco/coloniale attraverso ciò che Juliet McMains ha definito brownface: i* partecipanti, in particolare le donne, devono abbronzarsi per essere presə sul serio nelle competizioni. Accanto alle qualità stilistiche delle danze, come i movimenti delle anche, i* danzatori*trici eseguono movimenti esotizzanti che «venivano percepiti come sessuali e come prova della natura sessuale dei latinoamericani più in generale».⁷
Chi balla i latini mantiene il proprio privilegio occidentale attraverso l’iper-visibilità della pelle scura, poiché tale privilegio è attribuito alla performance piuttosto che alla propria identità. Durante la danza possono apparire iper-sessualizzati; una volta terminata la competizione, possono lavare via l’abbronzatura e tornare alle loro vite relativamente privilegiate.
Lo sguardo cis:
Questo sguardo scruta ogni corpo, stabilendo se la performance di genere sia sufficientemente adeguata. Abbigliamento, gesti, coreografia e comportamento dei* danzatoritrici vengono tutti esaminati per garantire che rientrino nella corretta categoria binaria di genere. Chi danza subisce discriminazioni se i loro movimenti non si conformano al binarismo di genere e la meccanica del movimento viene insegnata separatamente a seconda che il danzatore sia uomo o donna (ne abbiamo parlato nel nostro terzo strumento). Le federazioni consentono di gareggiare esclusivamente a uomini o donne, escludendo così persone trans e non binarie.⁸ La galleria sottostante presenta un contro-esempio: la configurazione della coppia non vede un uomo cis che danza con una donna cis, il che rende questa costellazione illegittima per il mondo della Danza Sportiva.
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Sebbene le persone trans non siano esplicitamente escluse dalle competizioni, il mondo della Danza Sportiva manifesta una costante diffidenza nei confronti delle persone trans, qualora non mostrino caratteristiche sufficientemente femminili o maschili. Per cui, per chi non si identifica con il binarismo di genere, superare queste barriere diventa quasi impossibile. Per Val Meneau, una trans femme, ciò comporterebbe una lunga transizione che includerebbe un intervento chirurgico ai genitali, la ricerca di un partner maschile più alto, la ri-educazione del proprio corpo a muoversi secondo uno stile femminile anziché maschile e l’apprendimento del ruolo di follower invece che di leader.
Lo sguardo etero:
Ai partner di danza è richiesto di appartenere a sessi opposti (ovvero un uomo e una donna) e si esige che mettano in scena un desiderio sessuale e/o romantico eteronormativo sulla pista da ballo, indipendentemente da come si sentano al riguardo o da quanto possano trovarlo disturbante (si veda il Tool 2 per maggiori informazioni). La scena della Danza Sportiva nega e rende invisibile qualsiasi relazione tra i partner di danza che non sia romantica o sessuale. Allo stesso modo, rende invisibili le relazioni che i* danzatori*trici possono avere con altre persone nella loro vita privata (incluse le relazioni queer).⁹
Lo sguardo magro:
Chi danza deve avere una corporatura atletica, sebbene le specifiche varino a seconda del genere. Ci si aspetta che le danzatrici siano snelle e aggraziate, mentre ai danzatori viene consigliato di sollevare pesi per migliorare il proprio fisico.¹⁰ L’ossessione della scena della Danza Sportiva per corpi etero-sessualizzati è evidente nel linguaggio e nelle pratiche connotate dal punto di vista di genere e intrise di grassofobia, che colpevolizzano chi ha un corpo grande, incoraggiando la conformazione e il raggiungimento di un ideale di forma fisica. Questo può portare le danzatrici a subire molestie se non soddisfano gli standard di magrezza della Danza Sportiva, soprattutto se il loro partner di danza è particolarmente magro. Nel lungo periodo, ciò può contribuire alla diffusione dei disturbi del comportamento alimentare o all’abbandono della Danza Sportiva.¹¹ La grassofobia nella Danza Sportiva è evidente anche in performance che prevedono costumi “grassi” volti a ridicolizzare l’obesità, come nel caso dei Jones:
Lo sguardo allosessuale:
I corpi etero-sessualizzati sono centrali nell’attrarre l’attenzione eterosessuale, in particolare quella dei giudici. Il corpo ideale viene costruito o messo in mostra attraverso costumi che accentuano la fisicità del corpo femminile come oggetto del desiderio eterosessuale. Inoltre, il desiderio di un’interazione sessuale o romantica tra i partner viene comunicato attraverso gesti e coreografie pensati per enfatizzare la sottomissione femminile e la dominanza maschile (si veda il tool 2).¹²
"La danza sportiva insegna come donne e uomini debbano comportarsi e muoversi nel mondo."
Il prezzo da pagare
Tutte le persone appartenenti a gruppi oppressi all’interno della comunità della Danza Sportiva si trovano in contrasto con questi imperativi. Le donne sono in contrasto con lo sguardo maschile; le persone bianche con lo sguardo esotizzante; le persone queer con lo sguardo eterosessuale e/o cisgender; le persone che non rientrano nella norma della magrezza con lo sguardo normativo sulla magrezza; e le persone asessuali, o che non sono — o non sono più — allosessuali, con lo sguardo sessualizzante. Tuttavia, affinché queste persone vengano accettate nel mondo della Danza Sportiva, devono conformarsi alle aspettative dello sguardo maschile eterosessuale, cisgender, bianco, magro e allosessuale per poter prender parte alle competizioni e avere migliori opportunità. Questa sottomissione richiede l’interiorizzazione dello sguardo, ciò che Foucault definisce panopticon: una sorveglianza costante di sé per assicurarsi di rientrare nelle norme.¹³
In altre parole, ottimizzare se stessə richiede uno sforzo erculeo. Il video che avete visto all’inizio mostrava la nostra documentazione della preparazione di una coppia per una singola competizione. È evidente quanto lavoro sia necessario per soddisfare lo sguardo eterosessuale, cisgender, bianco, maschile, magro e sessualizzante nel giorno della gara, per non parlare del lavoro richiesto negli allenamenti precedenti e dall’apprendimento delle competenze necessarie a quella specifica preparazione. È assolutamente estenuante. Sottomettersi alle richieste dello sguardo egemone quando non ci si identifica con i suoi ideali richiede enormi risorse. Come accennato in precedenza, vi sono inoltre altre forze che influenzano ciò che vediamo nelle competizioni prima ancora che chi danza inizi a prepararsi per l’evento. Ad esempio, solo chi è eterosessuale o passa per eterosessuale, cisgender o cis-passing può iscriversi alle federazioni. Inoltre, parte del lavoro rimane invisibile, come quello che i danzatori*trici gay svolgono per apparire eterosessuali, un lavoro che tende a restare nascosto e che può avere un impatto significativo sulla salute mentale. Sottomettersi allo sguardo egemone ha quindi conseguenze molto concrete: è ciò che rende possibile la partecipazione.
Al contrario, poiché tuttə o si sottomettono allo sguardo egemonico oppure abbandonano il mondo del ballo nel momento in cui non riescono a farlo, ciò che vediamo sulla pista da ballo è limitato a chi rientra nel modello dominante: danzatori e danzatrici straight-passing, cis-passing, bianchi abbronzati, magri e atletici. Persone queer, grasse, BIPoC e asessuali/aromantiche non sono rappresentate sulle piste della Danza Sportiva. Questo, a sua volta, fa sentire le persone appartenenti a gruppi oppressi come se non appartenessero a questo contesto. Se non ci vediamo rappresentat* sulla pista di gara, presumiamo che non faccia per noi. Nel frattempo, per chi è già parte della scena e inizia lentamente a rendersi conto di essere queer o di non desiderare una relazione sessuale con il partner, si interiorizza la vergogna dell’essere divers*. Questa vergogna ci insegna ad accettare e legittimare la violenza normativa che ci viene inflitta, portandoci a nascondere le nostre differenze e contribuendo così alla nostra stessa oppressione.
Naturalmente, tuttə sono chiamatə a sostenere una certa quantità di lavoro nella danza sportiva competitiva. I blog sui weekend di gara dei* danzatori*trici illustrano chiaramente l’entità dell’impegno richiesto. Tuttavia, sosteniamo che il costo psicologico sia molto più elevato per le persone appartenenti a gruppi oppressi.
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Vorremmo sottolineare che, come accade per la maggior parte delle persone che partecipano alle gare di danze latine, anche chi è più privilegiato ottiene generalmente un ritorno economico molto limitato rispetto all’investimento richiesto dall’iscrizione alle competizioni o, più in generale, dall’intera carriera agonistica.
Le rappresentazioni nella Danza Sportiva sono caratterizzate da una distribuzione diseguale del potere e da un’asimmetria nella produzione delle immagini. Gli uomini eterosessuali, cisgender e bianchi occupano prevalentemente posizioni di potere all’interno delle istituzioni e sono spesso insegnanti, giudici, funzionari di alto livello nelle federazioni o organizzatori di competizioni che quindi producono rappresentazioni che rispondono ai loro desideri.¹⁴ Lo sguardo è uno degli strumenti più potenti che i sistemi di oppressione impiegano per colonizzare i corpi. Nella sezione successiva esploreremo modalità per interrompere e contrastare questo aspetto dell’oppressione, fornendo alle persone appartenenti a gruppi oppressi i mezzi per produrre media, garantendo loro la possibilità di rappresentarsi come desiderano, piuttosto che per soddisfare il gruppo dominante. Questo strumento offrirà uno sguardo su un mosaico più ampio che deve essere implementato su larga scala; in caso contrario, è probabile che assisteremo ancora per molti decenni a rappresentazioni di relazioni di potere violente che perpetuano l’egemonia.
2. La meccanica come estetica di genere
Nel libro DanceSport’s Economy of Desire, Val Meneau spiega che la meccanica connotata dal punto di vista di genere è centrale nella messa in scena di un'estetica ciseteronormativa sulla pista da ballo.¹⁴ A seconda dello stile di genere in cui le danzatorə sono statə formatə, ogni parte del corpo viene utilizzata in modo leggermente diverso. Alle donne viene insegnato a usare il proprio corpo nel modo seguente:
Al contrario agli uomini si insegna a usare il loro corpo in questo modo:
Tenete presente che nel video utilizziamo un tono descrittivo piuttosto che normativo: l'uso di un tono normativo conferisce alle affermazioni un tono essenzializzante. Con questo si intende che affermare che "le donne sono così" crea l'impressione che siano “naturalmente” così. Nel mondo della danza sportiva però si usa tendenzialmente un tono normativo, ovvero si afferma che i ballerini e le ballerine dovrebbero muoversi in modo specifico per il loro genere.
La combinazione dei modi di muoversi tipici di un determinato genere si vede, ad esempio, quando i ballerini provano brevi coreografie da soli per riscaldarsi o lavorare sulla tecnica durante le lezioni di gruppo. La versione maschile è leggermente diversa da quella femminile. Gli stili tipici di un determinato genere esistono sempre in relazione l'uno all'altro, perciò qui balliamo la stessa routine due volte, una con Giulia che balla in modo maschile e Val in modo femminile, e una al contrario. Riuscite a individuare chi balla in quale stile?
“L'ipersessualizzazione riguarda il senso dell'azione: quale corpo fa cosa a chi. Si normalizzano due modi diversi di essere nel corpo: chi tocca e chi è toccato”.
"Grazie a migliaia di ore di allenamento, i ballerini e le ballerine imparano a comportarsi in modo maschile o femminile."
Per le persone appartenenti a gruppi oppressi, soddisfare le richieste dello sguardo egemonico comporta un costo molto più elevato.
Per le persone appartenenti a gruppi oppressi, soddisfare le richieste dello sguardo egemonico ha un costo molto più elevato.
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